Attualita’
Adolescenti in crisi?
Assistiamo, non vi è dubbio, ad un incremento del disagio giovanile. Per meglio dire, gli adolescenti di oggi mostrano con i loro comportamenti ribelli e trasgressivi i segni di tutta la sofferenza tipica di un’epoca difficile e complessa. Non credo però che si tratti di qualcosa di inedito. Forse sono nuove le forme di espressione del disagio perché ogni epoca ha modalità sue proprie.
L’adolescenza rimane un’età faticosa, naturalmente problematica. Lo è stata sempre per tutti. Oggi ci sembra diversa, più difficile da vivere e piena di rischi. In parte lo è. Ma molto spesso agli adulti appare sconcertante, così diversa dalla loro esperienza perché essi hanno dimenticato la propria adolescenza. Hanno dimenticato le paure, le ansie, le incertezze che tutti hanno sempre provato in questa età. Così di fronte ai giovani, al loro modo di essere, di fronte ai loro comportamenti così fortemente trasgressivi, genitori, insegnanti, educatori rimangono spesso imbarazzati, infastiditi, estranei. Ed è questa estraneità che spesso crea la distanza tra il mondo degli adulti e quello degli adolescenti. Una distanza che alle volte sembra incolmabile, comunque spesso difficile da riempire di significato. Eppure se noi cercassimo di cogliere il senso delle loro provocazioni, delle proteste che essi muovono a noi adulti forse potremmo offrire risposte rassicuranti, di sostegno, di aiuto. Devono essere però risposte intelligenti che possano aiutare i giovani a fare chiarezza dentro di loro e che servano per crescere, per diventare adulti. Gli adolescenti sono alle prese con la costruzione della loro identità e spesso in questa fase hanno idee confuse, contraddittorie. Solo in apparenza sono sicuri e spavaldi. Questa epoca della vita è caratterizzata dalla mancanza di punti di riferimento certi e oggi, in un mondo che cambia vorticosamente, che si trasforma velocemente, diviene più difficile orientarsi. Essere adolescenti significa avvicinarsi ed entrare in un mondo che si conosce poco. Un po’ come arrivare in una grande città sconosciuta nella quale si dovrà andare ad abitare e a vivere.
L’adolescenza oggi è molto più lunga di un tempo. Qualcuno parla addirittura di adolescenza interminabile. Ma questo forse è esagerato anche se devo dire come analista che molti quarantenni che vengono in terapia si trovano quasi sempre a fare i conti con molti conflitti adolescenziali non ancora superati. Certamente negli ultimi decenni le grandi trasformazioni socioculturali hanno influenzato profondamente anche i tempi di evoluzione e di crescita degli individui. I lavori di studiosi come Margareth Mead hanno dimostrato che vi è una certa correlazione tra adolescenza e grado di complessità della società di riferimento. Più la società è complessa e più questa fase evolutiva è lunga e conflittuale. Un tempo si passava repentinamente dall’infanzia all’età adulta. Adesso per varie ragioni si rimane più a lungo in famiglia e quindi si raggiunge l’autonomia e l’indipendenza più tardi. Dalla famiglia “allargata” si è passati attorno agli anni sessanta alla famiglia nucleare, quella composta da due genitori e da uno o due figli. Una grande trasformazione che ha mutato profondamente i rapporti e le dinamiche relazionali tra genitori e figli. Tutto è diventato più stretto oggi. Non solo lo spazio fisico in cui si vive ma anche lo spazio mentale. I processi di investimento affettivo, le aspettative, le identificazioni sono più intensi e si dirigono in una direzione. Il ricco e vivace intreccio delle relazioni che erano caratteristica delle famiglie numerose non esiste più. Ora i genitori sono concentrati su un unico figlio, al massimo su due, e il figlio ha come riferimento solo la coppia genitoriale. Dalla famiglia normativa si è passati alla famiglia affettiva protesa quasi esclusivamente alla soddisfazione dei bisogni. Di conseguenza i processi di individuazione e, in particolare, quelli che interessano l’adolescenza, oggi sono divenuti più difficili e più lunghi.
Giuseppe Maiolo - Psicologo psicoanalista
I bambini e la TV
Lavorando con i genitori, spesso mi sento chiedere, "ma quanta televisione è giusto far vedere ai bambini? Tutte le indagini condotte sull’ influenza che la televisione opera nei minori hanno dato lo stesso risultato: i bambini in quanto soggetti sensibili assimilano con facilità ciò che vedono. E se essi passano, come pare, circa 30 ore alla settimana davanti al piccolo schermo, la loro psiche non può non esserne influenzata.
Per avere un’idea del problema si calcola che mediamente un bambino prima di aver terminato le scuole elementari abbia già visto in TV più di 100.000 scene di violenza e circa 8.000 omicidi.
Alcuni anni fa un’ importante rivista americana aveva riportato i risultati di una ricerca condotta per circa 20 anni su 700 famiglie e sull’influenza della TV sugli atteggiamenti dei bambini e degli adoloescenti. I risultati di questo studio hanno messo in evidenza quanto l’ eccesso di esposizione ad immagini violente, a omicidi e aggressioni, possa realmente associarsi al comportamento violento dei minori. Esso inizia a manifestarsi intorno ai 12 anni nei maschi e ai 20 per quanto riguarda le femmine, con atti di aggressività contro le cose e le persone.
Tale ricerca non vuole affermare che la tv sia l’ unica causa delle aggressività degli adolescenti e dei giovani adulti, ma vuole sottolineare che le tante scene di violenza possono dare, specie agli spettatori piu’ giovani, l’ impressione che essa sia lecita ed efficace per risolvere i conflitti, per imporre la propria volontà e per realizzare rapidamente i propri desideri.
Soprattutto se lasciati soli davanti al televisore, i bambini non metabolizzano i messaggi che ricevono, ma si limitano ad assorbirli così come sono, senza decodificarli. Ripetere e imitare quegli atteggiamenti visti alla televisione diventa quindi automatico, in particolare in quei contesti familiari attraversati da tensioni di coppia, da conflitti relazionali e nelle situazioni di forte competizione e di stress.
In Italia il Comitato nazionale per la Bioetica si è già espresso con forza dicendo che i bambini più a rischio sono quelli che in media trascorrono dalle tre alle quattro ore al giorno davanti al piccolo schermo.
Che fare allora? Per rispondere alla domanda iniziale dei tanti genitori che hanno a cuore il benessere dei loro figli, forse vale la pena tenere presente alcune regole che i genitori dovrebbero utilizzare:
• Porre un limite massimo di due ore al giorno di televisione.
• Posizionare il televisore in una stanza comune ed evitare di lasciarne uno nella camera del bambino.
• Cercare per quanto possibile di vedere la televisione insieme ai figli e commentare con loro le immagini, in particolare quelle dei reportage giornalistici dalle zone di conflitto che a volte sono crude e suggestive.
• Spiegare ai bambini più piccoli la differenza tra le violenze reali e quelle dei film che sono comunque delle fiction.
• Offrire alternative alla televisione, come per esempio la lettura di storie fatta dall’ adulto o fissare una serata alla settimana per giocare un po’ assieme a loro.
• I bambini più grandi e ragazzi dovrebbero essere educati a discutere insieme con gli adulti ciò che vedono.
• Gli adolescenti devono essere aiutati a capire come lavora l’ industria televisiva, quali sono i suoi obiettivi e indirizzati a valorizzare i programmi buoni ed evitare quelli non utili.
Dott.ssa Giuliana Franchini Psicologa
psicoterapeuta infantile, Associazione Il germoglio



